venerdì 3 luglio 2009
Lui ha detto che io ho detto
[a cura di Blue Storm]
2009/07/02
Faceva freddo.
La neve cadeva copiosa rendendo difficile l’avanzata di quello che una volta poteva definirsi un poderoso destriero. Scarno e senza forze aveva dovuto rinunciare alle coperture metalliche che lo proteggevano dalle offese nemiche già da parecchio tempo. Anche il peso del cavaliere che portava in sella lo massacrava ad ogni avanzata; ma lui no, non poteva certo abbandonarlo, era un poderoso destriero lui, una volta.
Faceva freddo.
Sir Ideale vagava da giorni, forse settimane, o mesi, non avrebbe potuto dirlo con certezza. Inverno aveva imbiancato tutto, desolando la radura dove un tempo sbocciavano i fiori. Era stato un grande generale un tempo. Il suo nome era conosciuto in tutto il regno: osannato ed ammirato da tutti gli alleati, temuto e rispettato da tutti gli avversari, un tempo.
Ora era rimasto solo, unico superstite dell’esercito da lui guidato, l’ultimo esercito. La battaglia finale si era conclusa con un massacro, con essa la guerra poté esser considerata persa. Non gli restava che vagare cercando di tornare al castello per fare rapporto al suo re. Continua a vagare.
Faceva freddo.
Dopo la morte dei suoi genitori era stato costretto dal fato a governare bambino: se ne stava raggomitolato sul trono, gelato da un perenne gelo interiore. La prima ad abbandonarlo fu sua madre: regina Utopia s’era gravemente ammalata a causa di un epidemia di degenero che aveva colpito il regno pochi anni prima. Nonostante fosse di salute cagionevole aveva resistito oltre ogni aspettativa ma alla fine dovette arrendersi ben sapendo cosa la sua morte avrebbe provocato. Il cuore del re infatti non resistette al duro colpo, dopo pochi mesi di dura lotta re Giusto venne sconfitto e morì di crepacuore. Purtroppo le leggi del regno parlavano chiaro: solo un erede maschio poteva salire al trono. E purtroppo solo lui possedeva le caratteristiche necessarie. Lui, un bambino timido e distrutto dalla perdita dei genitori, completamente incapace di governare il regno.
Come da tradizione la notte di Natale di quello stesso anno re Nudo fu incoronato dal vescovo.
Faceva freddo.
Da quel Natale in poi il regno cominciò a sgretolarsi sottoposto a perenni pressioni nemiche che non perdevano occasione per avvicinare i confini alla capitale. L’epidemia continuò ad imperversare senza cura.
Fa freddo.
[a mia esclusiva cura]
2009/07/03
Avrei parlato eufemisticamente se solo l'eufemismo mi riuscisse
sopportabile, ancora.
Risolvere le questioni col tocco della spada o col grilletto della
pistola...beh quella era roba per eroi romantici e lontani.
Salvare il salvabile e scampare al caldo caldissimo estivo o al freddo
freddissimo della stagione buia poteva rivelarsi, invece, una
soluzione ragionevole.
Nonostante tutto ho ancora un destriero, il mio. Scampo alle
malinconie, per quanto ci riesco, con un abile escamotage: elencare i
possibili esamotage.
Per esempio, penso, potrei essere il moscone che tormenta Istmo (oh, è
la mia cavalcatura, l'ho sinora omesso), o il filo d'erba che Istmo
calpesta a ogni sbuffo.
E' come se.
Amo le analogie.
Dicevo, è come se io non fossi più in possesso dell'IO. Cioè molti IO.
Certi mistici che ho trovato in un bosco a molti soli e altrettante
lune, da qui, mi hanno insegnato a farlo.
Riempio i miei occhi della frenetica attività del salmone in amore,
che risale le mille acque, fino alla cascata prima. Oppure scelgo,
scientemente, di decompormi, come la carcassa del capriolo sulla riva
del torrentello. Il suo occhio ancora aperto, seppur senza vita, è il
mio. Io osservo gli altri animali, roditori e spazzini che vengon a
dilaniare le mie carni un tempo lucenti.
Altre volte sono il tronco dell'acero. Osservo i ragazzi che si
allenano alle spade, sotto la mia ombra. Faccio fresco, e sento la
linfa attraversarmi. Sento che questa scorre, naturalmente, fino a
irrorare tutte le mie foglie.
Completamente caduco. Sono ora un vecchio castano spelato. Le mie
ghiande son dure come la pietra e galleggiano nel torrente, come
pomice.
Ora, il fatto è il seguente:
Tutte queste esperienze, per quanto intense e prolungate e realistiche
si rivelano presto per quello che sono. Cioè dei meri artifizi.
Presto torno nel mio corpo. Presto non vedo che le mie mani e i miei
piedi. Presto non sento che la mia voce. Presto non mi curo che del
MIO IO.
I miei brividi, le mie paure, le mie delusioni, tornano a essere
proprio lì. Lì dove le avevo lasciate. Rischiare di salvarsi con
l'illusione della salvazione. Questo no. Questo proprio no.
C'è stata una volta, forse son state due, che io ho proprio visto il
mio IO volare. Toccato dal benessere e dall'amabile mano del fato.
Io cavalcavo e l'armatura non mi pesava. Io cavalcavo e il gelo non
mordeva. Io cavalcavo e il caldo che soffoca non mi tangeva.
Naturalmente non mi accorgevo di quanto rara e bella fosse, quella
circostanza. Non mi accorgevo di quanta malinconia, poi, mi avrebbe
regalato, il suo ricordo.
Dei fanali a olio mi indicano che un villaggio è vicino. Probabilmente
stasera mi siederò a un desco modesto. A una cert'ora vedrò scuro e
semplicemente vorrò un'altro goccio di cordiale.
E' quello per me l'unico, vero momento in cui desidero smettere con
tutta questa ridicola e squallida farsa da romanzo.
A pistolettate. Ogni volta che sfido qualcuno lo faccio con la mia
pistola. Non ha il meccanismo per sparare a ripetizione...quindi ho un
solo colpo.
Decidere come spararlo equivale a dichiarare, davanti a Dio e a me
stesso, fin dove è giunta la mia frustrazione. Un colpo per decidere
se ho ancora qualcosa del mio vecchio istinto di conservazione.
Quell'istinto di cui si pasce il MIO IO.
Io è l'IO di tutti. Tutti siamo istinto.
Quando so in quale direzione sparare so se voglio giocare. Se voglio
ancora giocare.
lunedì 8 giugno 2009
appunti da pausa pranzo
lo usi come un'arma appuntita
e io non so come renderti felice
posto che questo sia il
mio più unico e più grande
desiderio
la tecnica del volere
è quella del pugno nello
stomaco,
si arrampica stronza lungo le viscere
arrovelandole e intricandole
così che sembra quasi normale
quel loro essere
arrovellate e intricate
Ora è giusto che io assapori
questa assenza, questa sospensione.
E' giusto, tutto.
E non ti chiedo niente perchè
non mi hai chiesto niente baciandomi
sul collo.
Io, ecco, vorrei solo che quell'attimo
che l'alcool ha reso così sfuggente
che quasi me lo son sognato,
potesse inverarsi, dilatarsi, rivelarsi.
Mi dico sempre d'esser
acuto e pungente e mi riprometto
e mi giuro che lo sarò:
cattivo e preciso, concentrato
all'obiettivo.
Poi vedo il bello, che sei tu,
e perdo ogni scientifica risoluzione.
Odio anche questa mia posizione
di cane attaccato a una catena
incapace di rassegnarsi al fatto che
il suo latrato non assomiglia,
nemmeno lontanamente,
al suono più utile
d'una sega circolare.
Ma poi, suvvia, non prendiamoci
troppo
sul serio,
chè siamo davvero destinati a illuminare
noi e l'altro
del bene più prezioso.
Del bene che a Galileo era sfuggito,
quel bene capace di far girare
in poesia e in matematica
sto nostro mondaccio.
lunedì 4 maggio 2009
A Storm Is Going To Come
Chi vi scrive ha atteso il nuovo album di Piers Faccini, un girovago apolide sconsociuto al grande circuito della musica contemporanea che conta, per mesi. Tanti mesi, anzi. Adesso che ci pensa, chi vi scrive ha atteso questo nuovo album per più di un anno. Sto disco si chiama Two Grains Of Sand ed è bellissimo. Valutazione partigiana, questa, e poco precisa e poco pertinente per chi critica musica o arte. Comunque sia, la scintilla, tra lo scrivente e Piers Faccini era nata, ad arte, in occasione dell’ultimo bellissimo (termini imprecisi ritornano) concerto milanese di Ben Harper, nel 2007. Ormai, una vita fa. Piers aveva aperto il concerto con un set molto minimal. Quasi timido. In contrapposizione alla consumata vivacità sprezzante che Super Ben avrebbe poco dopo vomitato su più dieci mila rock fan in delirio. Il giorno dopo chi vi scrive aveva un’intervista col Faccini, quel tizio, sconosciuto al pubblico e massacrato da Ben solo poche ore prima. L’hotel, distinto e pulito in zona centrale profumava di brioche e di quotidiani non ancora aperti. “Il signor Harper non si è ancora fatto vedere”, aveva detto il cameriere con una divisa malinconica. “C’è qui però un signore della band”. Quel “signore della band”, faccia riposata e barba di due giorni, era Piers. Sorridente e affabile stava discutendo fitto con qualcuno. Uno zaino da viaggiatore tra le gambe e una tazza di cappuccio nella destra. Piers, in quella circostanza, convinse chi vi scrive di alcune cose: 1)lui, Piers, è uno dei più grandi cantautori contemporanei. 2) “la world music non esiste” 3) si può inventare solo l’etichetta da mettere su un prodotto, ma il prodotto si inventa da solo.
Quel giorno Piers parlò di tantissime cose. Mi disse di quando sceglie di dipingere, invece di suonare, e della necessità della solitudine e del raccoglimento in funzione della creazione. Mi raccontò di come aveva conosciuto la musica tradizionale africana, della sua passione per Skip James, della scoperta di Ali Farka Tourè. Mi confidò di non sentire come “sua” nessuna casa. Lui, padre italiano, madre francese, cresciuto tra Parigi e Londra, con avi in mezza Europa.
Poco dopo aver rilasciato quest’intervista Piers è partito per seguire il tour mondiale di Ben Harper. Ha suonato e suonato, da NYC a Melbourne sino alla Francia e (grazie alla Natura) anche in Italia.
Qualche settimana fa Piers è tornato nel nostro paese. Senza Ben, ma con un discreto tesoro di nuove canzoni nel suo zaino, ha rilasciato nuove interviste e presentato I Due Grani di Sabbia, id est, sto nuovo album. Sono canzoni molto poetiche, e sanno tutte d’Africa e d’Europa e di viaggio. Sono bellissime. Valutazioni ancora una volta precise e pertinenti.
Mi permetto di consigliare a tutti gli interessati, infine, la bella intervista a Piers che l’amica Silvia Pelizzon ha realizzato per la rivista Jam in uscita a Maggio. Chi vi scrive si rammarica di non esser riuscito a farlo in maniera oggettiva. Questo scritto è forse considerabile alla stregua di qualche “appunto partigiano”.
domenica 3 maggio 2009
carta straccia
volevo dirti che mi dispiace.
Mi dispiace che tua mamma stia così male. Mi dispiace che sia ridotta a vegetare in un letto d'ospedale. Mi dispiace.
Volevo dirti un sacco di cose. Ho sognato di parlarti con la fermezza dell'ispettore Poirot, rapido, affilato, preciso. Niente. Volevo solo portarti l'impossibile distrazione. Volevo.
I tuoi occhi continuano a vomitar lacrime.
Ho pensato allora, squallidamente con ogni probabilità, di farti un cd.
Io ci credo ancora al potere taumaturgico della musica. Credo anche che il supporto fisico di un cd possa essere un supporto -perchè no?- morale.
Trovi qui di seguito alcune canzoni che ho raccolto per te. Sono cresciute nel disordine del mio disco rigido, pascendosi della vietata condivisione. Già copiate, già tutte ascoltate, eppure soltanto tue.
1)Gnomus - Modest Mussorgsky (non si scrive così, probabilmente)
2)Drinking in LA - Bran Van 3000
3)At Last - Etta James
4)Ground on Down - Ben Harper
5)No More - The Boss
6)La Mision - Ennio Morricone
7)Into My Soul -
8)The Passenger - Iggy Pop
9)Jamming - Bob Marley
10)Back at The Chicken Shack - Jimmy Smith
11)Now We Are Free - Lisa Gerrard
12)Dream a Little Dream - Micheal Bublè
13)Riders on The Storm - Snoop Dogg cover
14)Where Did You Sleep Last Night - Nirvana
15)Le Vent Nous Portera - Bernard Cantat
16)Talk to Her - Piers Faccini
17)Demons - Blind Boys Of Alabama
Mi sei caro.
d
giovedì 23 aprile 2009
domenica 12 aprile 2009
Per analogia
il suono di un dolce è quello di una folata nelle foglie del tuo albero,
il suono di un paese è quello dei respiri di chi lo abita.
Il suono di un dogma è quello del carrello delle montagne russe, sospeso,
il suono di una consapevolezza è quello di un dente da latte, caduto,
il suono di un successo è quello del confetto rosso sotto i tuoi denti, stritolato.
Il suono di un sogno è quello di un aquilone,
sinuoso,lontano dalla polvere,
il suono di un odio è quello dello zoccolo,
di rosso cerchiato, nella tua percezione,
il suono di un livido
è quello di una carezza,
esagerata.
venerdì 3 aprile 2009
La plastica rosa
Se pensa a tutte le parole, intere e mezze che ha detto, nel corso di questa, come di mille altre sere, sorride. Amaro, sorride. L'amaro della saliva gli inonda la lingua e poi scende nella gola amara.
Sorride.
Se pensa a quella rosa di plastica che ha conservato per ore intere sotto il suo giubbotto di pelle da ciclista di moto non può non grattarsi il cucuzzolo della testa.
Quella rosa è fatta di plastica. Il gambo è di plastica più dura: ci hanno versato sopra della tempera verde e attaccato delle foglie di tessuto verde. Ma anche il gambo è di plastica.
Prima dei petali di tessuto acrilico incontri il pezzo di plastica che sostiene la corolla. E' fatto di plastica. La plastica, mediamente dura, è colorata di verde.
Lui le consegna la rosa di plastica. I suoi occhi sono in quelli di lei. Quelli di lei nella rosa e nel suo gambo verde. Ha un grembo davvero molto affascinante. Per non parlare del modo in cui l'aria le gonfia le narici quando prende fiato per parlare, ancora.
Lui è quella rosa. Leziosa, pretenziosa, pretestuosa, vanitosa, coi petali di tessuto acrilico.
Il nero è il suo colore. E la rosa apprezza. Una rosa gialla su un occhiello d'abito nero ha il suo implicito senso.
Sente i suoi seni sul proprio petto. Lui è teso come una corda. Come un insieme di corde, tutte tese, tutte verdi, tutte comprese nel gambo, verde, di plastica dura.
Sente la bocca di lei avvicinarsi, chiusa, al suo collo. Che odore avrà, lui?
Una rosa di plastica profuma.
Nei film, nei cimiteri, nei fumetti, nei ricordi.
