Deiv scrive:
Volevo infilare una pallottola tra gli occhi di tutti i panda che si rifiutano di fottere per salvare la loro specie. Volevo aprire le valvole di scarico delle petroliere e inondare tutte le spiagge francesi che avrei visto. Volevo respirare fumo
Deiv scrive:
Cominciai a correre. Finché i muscoli non mi bruciarono e le vene non pomparono acido da batteria. Poi continuai a correre.
Blue Storm scrive:
Continuai a correre. Non perchè ne avevo ancora la forza, non perchè dava solievo alla mia anima stanca. Continuai a correre perchè non mi rimaneva altro da fare. Ma volevo respirare fumo.
Deiv scrive:
Il fumo riempiva i miei polmoni. Caldo, distensivo, innegabilmente cancerogeno. Innegabilmente Buono. I miei passi ingenui e privi di senso si affollavano come colombi in una piazza di una città fredda. Sapevo di dover qualcosa a qualcuno. Sapevo di essere indebitato. L'odore del debito si attaccava ai miei vestiti. Più lo soffiavo via, quello si allontanava da me, trascinando con sè, il mio fumo, i miei affetti, i miei desideri. Chissà come sarebbe stato, l'esser, per una volta creditore...
Blue Storm scrive:
Poi sono diventato creditore. E' stato piacevole come quando ordini una pietanza raffigurata dal menu come cibo degli dei quando in realtà non si adatterebbe nemmeno alla servitù. Nessuno ti ama quando sei creditore, nessuno ti sta vicino quando sei creditore, nessuno si degna quanto meno di saldare, o di dare un anticipo, quando sei creditore. Pensavo ancora ai panda. In quel momento vedevo il loro autolesionismo come una scelta di vita, rispettabile in quanto perfetta metafora del vortice in cui è finita, per sua scelta, la specie umana. Ora pensavo alla pallottola.
Deiv scrive:
Una pallottola è pur sempre una pallottola. Certo, il punto di vista ti può aiutare a considerarla. Ma una dispensatrice di morte ha pur sempre il fascino freddo del metallo con cui è costruita. Una dispensatrice di morte non ha odori. E' sterilizzata e pronta a sterilizzare. Una pallottola è un haiku, una poesia breve. Una poesia così breve, che se ti prende bene, non hai nemmeno il tempo di chiudere gli occhi nel considerarla.
Deiv scrive:
Vedevo i pensieri, le parole farsi tanto concreti che ci potevi lavorare sopra. Le potevi scolpire. Canova le poteva scolpire. C'era come qualcosa di sinistro e malinconico, qualcosa di fetido e inconfessato. C'era indubbiamente qualcosa, tanto che non sarei stato il primo a ridere. Almeno di questo ero certo. No, forse non ne ero certo. Dopo tutto consideravo tragico e comico alla stregua di due fisiologici eventi, come inspirare ed espirare.
Blue Storm scrive:
Inspiravo ed espiravo, a fatica. Puntuale l'influenza mi flagellava da giorni e tutto appariva fumoso, indefinito, irrazionale. Lo sconforto mi teneva stretto tra sue gelide braccia e col suo ghigno soddisfatto mi osservava. Lui sapeva. Sapeva che da molte lune, forse troppe, non mi era più concesso piangere. Aveva sconfitto il suo più grande nemico. Le dolci e calde lacrime spazzate via. Il pianto e le sue figlie erano morti. Nulla era più in grado di portarmi un attimo conforto.
Deiv scrive:
Se non ci fosse stata la piccola postilla riguardante quella parola, "musica", tutto avrebbe assunto caratteri mortuari. Tutto sarebbe stato riducibile al freddo tocco del legno scuro. Tutto avrebbe ricondotto al velluto morbido dove i becchini adagiano i corpi svuotati, i cadaveri pronti a decomporsi. Sentivo invece le mie vene gonfiarsi, i miei muscoli, allevati con ingegno e sudore tra palestra e youporn, pulsare. D'un tratto, il freddo, che, senza dubbio, continuava ad esser chiuso fuori la porta, pronto ad infilarsi sinuoso tra spifferi e serratura, sembrò mollare la sua morsa indiscreta. Chiudevo gli occhi. La vedevo. Io, di anni più giovane. Tra le sue braccia. In alto, il sole convinto. In basso i suoi seni sodi, la sua bocca disegnata dall'Artista. Ci si trovava in un campo dorato. Dovea esser grano. Lei era così giovane...e così...bella. Vedevo i suoi capelli eccitarsi col sole. Vedevo i miei muscoli rispondere gagliardi, la sua pelle dorata, come quel campo, ammiccarmi da sotto i vestiti. Abbondante, dolce, sana, da prendere. Sapevo che se aprivo gli occhi, tutto finiva.
Deiv scrive:
Se aprivo gli occhi l'illusione si scioglieva come il ricordo che era. Nient'altro che un ricordo. Un caldo ricordo, in un mondo diventato freddo. Un mondo che qualche parentesi fortunata, musicale, vitale, sapeva riscaldare con momentanea distrazione.
Deiv scrive:
Rispondevo al cellulare. Non avevo voglia di impegnare il mio inglese. Moderatamente soddisfatto. Quella sera avrei battuto cassa. Quella sera avrei cintato la mia felicità, il mio orticello. Dovevo ancora decidere dove l'avrei portata. Dovevo prima scrollarmi di dosso il ricordo. Ingombrante, impolverato, noioso, immutabile. Alla luce di tutto questo, con ogni probabilità, immortale.
Blue Storm scrive:
Decisamente immortale. E pensare che mai la mia memoria si sia potuta accostare all'aggettivo ferreo. Eppure il suo volto, le sue dolcissime grazie, i suoi capelli di fuoco e il suo sorriso spezzaginocchia sono lì, scolpiti con michelangelesca precisione. Come metro di
Blue Storm scrive:
paragone.
Blue Storm scrive:
Inarrivabile.
Deiv scrive:
Il re era nudo. Il re era fottutamente nudo. Credevo che gli altri si accorgessero del mio...cazzo si...era disagio.
Deiv scrive:
Volevo credere che la democrazia continuasse ad esserci non ostante sapessi che, questa smetteva i suoi abiti presentabili, nello stesso istante in cui io e gli altri smettavamo di confidare in lei.
Deiv scrive:
Mi sorprendevo, io per primo, nel lasciarmi scivolare addosso ogni avvenimento. Leggevo e scrivevo con una continuità disarmanti. Accarezzavo l'idea di un INTO THE WILD, inteso come fuga. Necessariamente fuga. Ero un vigliacco. Tanto, Dio, la Natura, la Scienza, mi avrebbero giudicato male, comunque. Tanto, il mio corpo non avrebbe tollerato ancora a lungo il mio stile di vita sregolato. Le sbronze continue, gli altri abusi. Sapevo che non sarei partito, ma un sogno, come un quindicenne che spruzza nelle mutande, è pur sempre un sogno. E, fin qui, è possibile esser d'accordo...un sogno va accarezzato come i capelli di una donna. Con continuità e rispetto.
Blue Storm scrive:
La consapevolezza che re e regina eran nudi ormai da un bel pezzo si era fatta insopportabile. Questo era il motivo che mi spingeva a non destinare il sogno alla notte, quanto meno non solo. Sviluppare la capacità di aprire e chiudere i cancelli della fantasia a piacimento era confortante quanto imbarazzante. Accarezzavo l'idea di considerare la realtà al pari di un incubo ed i sogni senza sonno come verità ma il coraggio a mia dispiosizione non era sufficiente per compiere il fatidico passo. Mi stavo rituffando nell'incubo.
Deiv scrive:
Un incubo di impossibilità di giudizio. Un incubo in cui le parole smetton i propri significati. Un incubo in cui il relativo non si supera. Un incubo a cui avevo fatto l'abitudine e il callo. Un callo duro, quanto quello che avevo sulle dita che accarezzavano le corde della chitarra. La mia fantasia era immaginazione...si, preferivo parlarmi di immaginazione. Creavo immagini allucinate, come fotografie sgranate, prive di fuoco. La prospettiva che gli anni scolastici mi avevano insegnato a costruire, tendeva pericolosamente ad incrinarsi. Anzi, era tanto incrinata, che ormai le linee di fuga si toccavano dal principio. Ormai tutto il disegno era così degradato che era ben al di là dell'intelligibile. Il ticchettio della sveglia mi destava dal torpore delle quattro fottute pareti in cui mi rintanavo ogni fottuto giorno. Maledicevo il tempo. Era così spietato nel dirmi che la mia dipendenza da nicotina e caffeina rasentava l'indecenza, sino a superarla con convinzione.
Blue Storm scrive:
Invidiavo profondamente i pochi eletti a cui è concesso vivere la foschia porpurea. Sapevo di non essere un diamante pazzo, ma avevo il sentore della pazia. Sì, stavo diventando pazzo ma non come avrei voluto. Fottuto da razionale follia non mi era concesso baciare il cielo. I miei abiti firmati trasformati in firmate camice di forza tenevano i miei piedi ancorati al suolo. Il cielo sopra di me, ora plumbeo ora zaffiro, era distante. era vuoto.
[to be continued]
