martedì 30 marzo 2010

senza internet si sta meglio (?)

Della lettera che ricevo, sommamente gradita, in data che non ricordo. L'autore è il caro amico del natale passato.


Guardo i giorni cadere dal calendario. Cadono e scorrono. Scorrono e sfociano. In un mare anonimo. Ieri si confonde con l’altro ieri, esso, a sua volta, si mescola al giorno precedente e così via. Mi sento in uno di quei film in cui il protagonista si sveglia sempre nello stesso giorno, solo il mio fegato martoriato è testimone del tempo che passa. Panta rei, non è possibile entrare nello stesso fiume più di una volta. Caro Eraclito vorrei tanto che tu fossi vivo per potertici affogare io in quello stramaledetto fiume.

Ora invidio molto i fortunati rinchiusi negli ospedali psichiatrici. Manicomi li chiamano. Il sospetto che i matti stiano al di fuori di essi è sempre più forte. Rimanere a contatto con questa realtà è da pazzi. Restare lucidi di fronte a questo degrado è da pazzi. Ribellarsi a tutto questo e farsi chiamare pazzo, matto o suonato è forse l’unica che possa esser considerata ragionevole.
Ripensare a fatti e persone passati è ormai una pratica obbligata quanto fastidiosa. Sia colpa del presente nulla o della mia incapacità di vedere non saprei dire. Sinceramente non mi importa. Il fatto che persiste è che non c’è nulla da guardare, adesso.


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Che ci aggiungo la mia picciola risposta posta a sigillo del di lui giglio, che è il simbolo di un ricordo sordo.


Amico mio caro,

salvo questo tuo foglio digitale e non riesco a guardar altro che quel panta rei che hai giustamente e perfettamente riportato in grassetto.

Accolgo nella consueta media frustrazione questa tua lettera. Serva o non serva di scrivere non è in discussione. Che sono passati tipo quattro giorni da quando ti sei messo davanti al monitor e hai pigiato sui tastini dopo che i neuroncini muovevano i nervetti delle manine e mi hai scritto. Per quanto ne so ora sarai bell’e che guarito dall’umor nero. Temo non sia così. E temo non sia così in virtù del mio consueto ottimismo. Pensavo l’altro giorno alla gran balla del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto.

È una gran balla perché vogliamo sempre esemplificare i discorsi. Per dirla in termini ridondanti vogliamo rendere esemplare un esempio che ci sembri calzi perfettamente in tutte le situazioni. Beh, la storia del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto non regge proprio. Poniamo che tu sia un bicchiere mezzopienista. E vedi bene e con entusiasmo quel tuo pieno. Pensi a quel tuo pieno di convinzioni, di realtà che accetti, di benefiche sincerità. Ottimo. Ti accorgi e vedi e pensi al mezzo vuoto? Ovviamente no. Il vuoto non ti interessa. Che il vuoto è il contrario di quelle tue convinzioni, di quelle realtà che accetti, di quelle sincerità molto benefiche. E invece un cazzo è tutto falso. Perché un giorno ti svegli e ti vedi come un deficiente, col bicchiere in mano, che è sempre mezzo pieno. Ma è un pieno svuotato di tutti i significati che tu giudichi significanti.

Condizione ancora più misera e biasimevole, quella del bicchiere mezzovuotista. Anelare quel pieno di convinzioni, di realtà che vorresti accettare e di sincerità benefiche, significa proprio negare il senso ontologico e paradossalmente presente dell’assenza. L’assenza ha un suo senso compiuto.

Qui ci attacco quello che in maniera velleitaria chiamerò enjambement. Figura retorica tipica della poesia moderna e anzi più contemporanea, che consiste nello staccare due elementi logicamente legati per creare tensione emotiva. Eccoti un piccolo esempio e spero vorrai scusare il mio salire in cattedra da stomachevole professorino.





Da Ossi di Seppia (Montale)


Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato


Come vedi tra foglia e riarsa c’è uno spazio. Questo forse non ti ha creato tensione. Basta pensarci un attimo per capire che foglia e riarsa però starebbero meglio uniti. Insomma come l’uomo e la donna. Per la precisione, l’uomo, tu, e lei, la donna che desideri.

E però sticazzi non voglio lasciare una poesia incompleta, per cui adesso ti aggiungo anche la parte finale della poesia, che, forse, dà un senso un po’ meno disperante a questo esempio.

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato




Ecco che anche adesso io mi faccio tirar giù in faccende per niente divine da telefonate e problemi tanto belli quanto tutti femminili.

E ho cangiato completamente stato d’animo. Porca puttana.

Non mi ricordo nemmeno perché ti ho citato questa poesia di Montale che, per inciso, trovo essere quanto di più bello il nostro novecento ha prodotto.

Comunque vadano le cose mi ricordo del tuo discorso del fiume. E adesso anche del mi odiscorso del bicchiere, che apparentemente non c’entra niente, se non per il contenuto, magari idrico, del bicchiere stesso e del fiume stesso.

Insomma, mal digerendo qualche lezione zen io penso (che bel verbo IO PENSO, è una dichiarazione tanto ingenua e abusata che ci dimentichiamo dell’importanza dell’atto profondo del considerare, attentamente, questa realtà). Apro seicento parentesi.

Comunque dicevo dello zen. Penso che la condizione migliore –e bada migliore per me, hic et nunc- la condizione migliore del bicchiere è completamente vuota.

Svuotato dalle umane paure, dalle umane contrazioni del tuo animo. Prova a pensare a come saremmo aperti e totalmente nudi e totalmente BUONI senza liquidi preesistenti in quel bicchiere. Pensa come potremmo riempirlo di cose DAVVERO sempre nuove. E nuove non vuol dire per forza nuove nuove nuove. Vuol dire magari forme metamorfiche. Forme che ci ritornano cangiate e mutate, ma in ultima analisi son sempre quelle.

Pensa all’acqua. Okay inquinata, ok ne siamo fatti di circa il 90 e fischia per cento, se mi ricordo qualcosa di scienze.

Pensa a quando giochiamo a palla al cesto, a quanto ci fa piacere riempirci di quell’acqua che abbiamo lasciato sul cemento in riva al naviglio.

Quell’acqua è la stessa che hanno bevuto quei cazzo di lucertoloni pieni di bubboni centinaia di cessi di anni fa. E Cesare e Dante e Hitler per carità e gli ebrei che quella merda nazista perseguitava e poi tutti i neracci che hanno dato del filo da torcere ai re egizi….credo si chiamassero IXOS…o qualcosa del genere, ma mi sbaglio al cento per cento.
Non ho internet a casa che si è rotta la connessione e sono tornato al 1600 in un battito di ali di quell’insetto che è il dio internet. Quindi la biblioteca chiude e io chiudo così. Senza ricontrollare. Senza uno straccio di progetto.

È una vita così, ed è un piacere di condividerla con qualcuno di sensibile, quale io penso (che bel verbo) che tu sia.

Un abbraccio